L’IMU nel Post Covid

Liquidità e semplificazione. Queste dovrebbero essere le priorità le linee guida che ogni intervento di politica economica diretto a contrastare la crisi dovuta al Covid19 dovrebbe rispettare. Liquidità e semplificazione.

Le imprese hanno bisogno di liquidità, perché, tranne quelle appartenenti a alcuni settori produttivi, sono state chiuse e non hanno fatto cassa in questo periodo di lockdown. Tuttavia esse devono comunque sostenere delle spese che sono necessarie e improrogabili

Le famiglie hanno anche bisogno di liquidità per soddisfare i loro bisogni primari.

Ciò premesso, non mi sembra che soddisfi i principi di liquidità e di semplificazione, l’orientamento del governo di non posticipare la scadenza della prima rata dell’IMU e di demandare ai singoli comuni (in Italia sono più di 8000) le regole e le eccezioni per il pagamento di essa, così come ha scritto Gianni Trovati su “il Sole 24 Ore”, dello scorso 8 maggio.

Esistono evidenti difficoltà per il pagamento della prima rata dell’IMU che scade il prossimo 16 giugno e dell’Irpef da parte delle imprese e delle famiglie. Molte imprese non hanno incassato e non hanno abbastanza liquidità per pagare. E così anche molte famiglie.

Certamente vi sono altre categorie che hanno la priorità rispetto ai proprietari di immobili. Tuttavia, nel nostro ordinamento la proprietà privata è tutelata dalla Costituzione Italiana (art. 42) e sempre l’articolo 47 della Costituzione stabilisce che la Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme.

Pertanto, in questa difficile fase storica, sarebbe utile distinguere tra la ricchezza delle famiglie e la loro disponibilità in termini di liquidità, e prevedere per il pagamento dell’IMU, la possibilità di rateizzare tale pagamento con una maggiorazione a titolo di interesse pari al 4% annuo, così come già previsto per l’Irpef, il cui pagamento può essere rateizzato fino a 6 rate. A tal fine si sottolineano due aspetti. Sempre per ciò che concerne il pagamento del saldo e del primo acconto Irpef, la possibilità di rateizzare il pagamento dell’imposta è indipendente dal livello del reddito del contribuente, ossia può essere effettuato anche dai contribuenti che rientrano nello scaglione di reddito più alto. Inoltre, e questo è il secondo aspetto, il tasso di interesse da corrispondere a titolo di maggiorazione, è più alto di quello attualmente pagato dallo Stato per indebitarsi che in media è pari al 3%.

Anche la scelta di lasciar decidere ai singoli Comuni i tempi e le modalità dei pagamenti dei tributi locali, mi sembra che vada contro quei criteri di semplificazione che questa fase richiederebbe. Si corre il pericolo che ogni Comune dia spazio alla propria fantasia, con la conseguenza che si complichi ancora di più la procedura per pagare l’IMU. A tal proposito si ricorda che nel 2019, in tempi per così dire normali, si contavano ben 130.743 aliquote IMU, e 118.089 aliquote TASI (Fonte https://www.ilsole24ore.com/art/acconto-imu-tasi-casa-fisco-moltiplica-importi-e-aliquote-ACtv8JP) )

In sintesi, stabilendo un unico criterio a livello nazionale per le modalità di pagamento dell’IMU e prevedendo la possibilità di rateizzare la prima rata con una maggiorazione a titolo di interesse, si agevolerebbero le imprese e le famiglie senza gravare eccessivamente sulle finanze pubbliche.

Crescita Economica, Capitale Umano e Emigrazione

La stabilità della nostra società si basa sulla crescita economica, misurata attraverso l’aumento del Prodotto Interno lordo (PIL). Essa consiste nell’incremento dei beni materiali diretto a soddisfare sia i bisogni primari sia quelli derivanti dal crescente edonismo della collettività. Tuttavia essa non sempre si traduce in una maggiore condivisione dei beni oppure in una più equa redistribuzione della ricchezza.

La crescita si basa sui diversi fattori.  Il principale è il progresso tecnico. Un altro fattore di fondamentale importanza è quello che viene definito capitale umano perché l’uomo viene considerato alla stregua di qualsiasi altro fattore produttivo. Esso è interpretato come il risultato di un processo produttivo che inizia con il concepimento di una nuova vita, continua con l’investimento in istruzione ed in formazione professionale, sino a formare una unità di personale da impiegare nella produzione di beni e servizi.

Tuttavia il tasso dì natalità è basso proprio in quelle regioni più ricche, laddove vi è una maggiore richiesta di capitale umano e ciò genera una domanda di importazione del capitale umano dalle aree più povere del mondo, dove al contrario, il tasso di natalità è più alto.

La catena di produzione del capitale umano inizia quindi in Paesi e in territori diversi da quelli del suo utilizzo finale e come accade in tutti i processi di produzione lungo la catena di montaggio viene attuato un processo di scarto. In tal modo, la frontiera nazionale diventa più alta per coloro la cui produttività è più bassa. E si pone il problema di come e dove allocare gli scarti che nessuno vuole o, nel caso dell’Europa, di come ridistribuirli tra i Paesi della Unione.

Ciò spiega i conflitti tra i rappresentanti delle nazioni europee ed anche tra le forze politiche all’interno delle nazioni stesse ogni volta che emigranti raggiungono la frontiera dell’Europa. Si veda, anche il caso della Brexit, in cui il Governo Britannico vorrebbe acconsentire l’entrata nel Regno Unito, non a tutti gli europei, ma soltanto ai professionisti, ovvero solo a coloro dotati di un capitale umano più produttivo.

In altri termini la definizione stessa di capitale umano sottintende una società in cui l’uomo è visto come uno strumento, come un mezzo e non come un fine.  Essa è la sintesi di quella riduzione antropologica dell’uomo di cui ha parlato Benedetto XVI in uno dei suoi ultimi discorsi che abbina l’antico materialismo edonista, ad un nuovo  “prometeismo tecnologico” e che riduce l’uomo a funzioni autonome, la mente al cervello, la storia umana ad un destino di autorganizzazione

La crisi dell’Italia e i divari dell’Europa

La crisi istituzionale che si è aperta con il fallimento del primo tentativo del prof. Giuseppe Conte di formare un governo, si può sintetizzare affermando che reddito di cittadinanza, flat tax, ed Euro sono tre scelte tra loro inconciliabili. Le risorse per finanziare i due provvedimenti, che ammontano, secondo varie stime a 100 miliardi di euro circa, possono essere trovate, attraverso nuove tasse, aumentando il deficit pubblico oppure stampando moneta. Escludendo la prima opzione, non contemplata nei programmi elettorali del Movimento 5 Stelle e della Lega, le restanti soluzioni, aumento del deficit pubblico e emissione di nuova moneta, sono incompatibili con i vincoli dell’Eurozona, e quindi foriere dell’uscita dall’Euro da parte dell’Italia.

Tuttavia ritengo utile richiamare l’attenzione su un altro aspetto altrettanto importante, che non mi sembra sia stato ancora discusso in modo approfondito.

Il contratto di governo è stato stipulato tra la Lega, forza politica radicata al Nord, e il Movimento 5 stelle che ha ottenuto voti soprattutto al Sud, tra Matteo Salvini, settentrionale, e Luigi Di Maio, meridionale.

I provvedimenti centrali del contratto, flat tax e reddito di cittadinanza, sono il primo una risposta alle richieste dell’elettorato del Nord e il secondo a quelle del Sud. Ciò significa che nel contratto sono confluite le istanze opposte delle due Italie, Nord e Mezzogiorno, il cui divario economico e sociale è aumentato negli ultimi anni.

Le difficoltà del governo M5S-Lega possono essere quindi attribuite anche alla frattura esistente tra Il Nord e il Mezzogiorno, frattura che deve essere collocata all’interno dei divari Nord-Sud, Centro-periferia, Europa continentale-Europa mediterranea, presenti in Europa. Tali divari rendono sempre più difficile, con l’attuale governance dell’Eurozona, mantenere unite queste aree dell’Europa

Ciò porta a due considerazioni. La prima è che, anche alla luce anche della distribuzione del voto in Francia e delle spinte autonomistiche in Spagna, sembra si stia andando verso una Europa delle regioni, in cui i governi nazionali vedono diminuire la loro ragione d’essere. Questo si traduce per l’Italia in una perdita dell’interesse nazionale e in una crescente difficoltà nel mantenere unito il paese.

La seconda è che ciò dovrebbe finalmente far riflettere sulla necessità di completare, e non di abbandonare, il progetto europeo con un Unione fiscale che garantisca una redistribuzione delle risorse tale da contrastare il progressivo e insostenibile processo di marginalizzazione delle regioni periferiche.

Concludendo con una metafora, si può dire che, durante la traversata del deserto e dopo tanto cammino percorso, la scelta migliore è proseguire verso la meta. Restare fermi o tornare indietro non rientrano nel novero delle scelte consigliabili.

 

L’importanza della tecnica nella nostra società

Come ogni anno si tiene a Modena il Festival della Filosofia. Tre giorni di incontri con filosofi che attirano ogni anno migliaia di persone.

Quest'anno la discussione sarà incentrata sulle arti. Arte deriva dal latino ars artis da cui derivano anche le parole artigiano e artista. Ars traduce il termine greco tèchne che ha dato la radice alla parola tecnica.

E proprio la tecnica sarà il tema della lectio magistralis che Emanuele Severino terrà oggi a Modena e su cui si è fermata più volte la riflessione del filosofo italiano.

La tecnica ed il miglioramento della tecnica, il progresso tecnico, svolgono un ruolo centrale nella nostra società.

Il progresso tecnico è il principale fattore della crescita economica. In altri termini la crescita economica, per noi così importante, è una misura dell'aumento della potenza della tecnica, ovvero del progresso tecnico. Siamo preoccupati della crescita economica perchè la stabilità della nostra società è basata sull'aumento del consumo e del benessere materiale.

L'istituzione preposta a generare reddito e consumo è il mercato. Esso, a certe condizioni, è in grado di garantire l'efficienza, ma non l'equità e la giustizia. Per risolvere i problemi di giustizia è necessario, quindi, che si incrementi continuamente la potenza generatrice del mercato. È tale incremento è causato dal progresso tecnico.

Per tale motivo nella nostra società, la tecnica e il progresso tecnico, sono diventati gli strumenti principali per risolvere i problemi legati al conflitto sociale ed all'ingiustizia. Da qui la centralità che la tecnica ha assunto e la ragione per cui da mezzo è diventata fine.

Il retroscuola

Vorrei proporre una nuova parola: retroscuola (in inglese, backschool).

È il dietro le quinte, è il retroscena della scuola.

Il retroscuola è il gruppo di mamme, armate di smartphone e Whatsapp, che seguono i propri figli durante l’anno scolastico, dalla fase dell’iscrizione, che include la scelta della scuola e della sezione, sino ai commenti sulle pagelle di fine anno.

È il luogo dove le mamme si confrontano sui compiti e voti, e dove si scambiano opinioni ed esprimono giudizi sugli insegnanti

Esse, di fatto, interferiscono sia nello svolgimento della attività didattiche sia nel processo di formazione dei rapporti di amicizia dei propri figli.

È la sede dove pochi problemi si risolvono, e molti altri sono ingigantiti.

What is this thing called research?

What is this thing called love? è una bellissima canzone di Cole Porter che è diventata nel corso degli anni uno standard della musica Jazz.

Invece, What is this thing called research? è la domanda che mi pongo e che vorrei porre anche voi.

Durante l’ultima edizione del Festival dell’economia di Trento, il cui direttore scientifico è Tito Boeri, economista e presidente dell’INPS, è stato dato ampio risalto ai risultati allo studio “Divari territoriali e contrattazione: quando l’eguale diventa diseguale” realizzato dallo stesso Tito Boeri in collaborazione con Andrea Ichino ed Enrico Moretti.

Con tale studio i tre autorevoli economisti dimostrano che l’uguaglianza dei salari nominali tra le regioni italiane è fonte di iniquità e di inefficienza se si considerano le sue implicazioni per il mercato delle abitazioni, i prezzi, i salari reali e i tassi di disoccupazione. In altri termini, al Sud si è più ricchi perché i salari nominali sono gli stessi del resto d’Italia, mentre i prezzi, soprattutto quelli di alcuni beni essenziali come la casa, sono più bassi. I 3 economisti forniscono stime ben precise. Per fare un esempio, considerati i dati dell’inflazione a livello regionale, i salari reali a Milano sono più bassi del 32% rispetto a quelli di Ragusa.

Il risultato di tale studio si traduce in un’importante ricetta di politica economica per il nostro Paese: l’introduzione della flessibilità salariale al fine di ridurre i salari nel Mezzogiorno per allinearli alla produttività del lavoro. In questo modo, secondo i tre economisti, si ridurrebbero iniquità ed inefficienze, e l’economia meridionale potrebbe tornare a crescere.

Dopo la diffusione di tali risultati vi è stato un ampio dibattito.

Ciò che sembra strano, è che questa ricerca, le cui indicazioni di policy se applicate avrebbero delle importanti conseguenze per moltissime persone e per l’economia italiana, non è mai stata pubblicata.

Dal curriculum del prof. Ichino, disponibile sulla sua pagina web ed aggiornato al luglio 2016, si evince che la ricerca è un “paper in progress”. Di essa sono disponibili la presentazione del professore Ichino sul sito del Festival e un’altra presentazione in versione preliminare, pubblicata nel 2014 sul sito della Fondazione Debenedetti. In questi due anni non è mai stato pubblicato neanche un working paper di tale ricerca.

Può essere, quindi, l’analisi dei 3 economisti definita una ricerca, uno studio scientifico?

Se, ad esempio, un epidemiologo oppure un virologo diffondessero i risultati di una ricerca prima ancora di essere sottoposti al vaglio della comunità scientifica, cosa succederebbe? sarebbero credibili?  e se un ricercatore presentasse un “paper in progress” allo sportello ASN oppure lo sottoponesse per la VQR, quale valutazione otterrebbe?

Per un articolo scientifico, la forma (la rivista, l’impact factor, etc.) è importante oppure no? Essa è sostanziale oppure no?

In attesa di una risposta, vi consiglio due versioni della bellissima canzone di Cole Porter disponibili su YouTube. La prima è una esecuzione strumentale di Bill Evans (https://youtu.be/yY82ZNEgNHY) e la seconda è una particolarissima interpretazione di Gwyneth Paltrow (https://youtu.be/gSszDzU5fNY).

Perché, come dice Nietzsche, noi abbiamo l’arte per non morire a causa della verità.

 

Il declino dell’Università e del Sud

A fine aprile il consorzio universitario AlmaLaurea, ha pubblicato il XVIII Rapporto AlmaLaurea sul Profilo e la Condizione occupazionale dei laureati

I dati contenuti nell’ampio rapporto evidenziano due gravi fenomeni: 1) la riduzione in Italia del numero di immatricolazioni all’università e 2) il persistente dualismo Nord Sud sia nel settore dell’istruzione che nel mercato del lavoro.

Dal 2003 al 2015 il numero dei nuovi iscritti all’Università è diminuito in Italia di 70 mila unità pari ad un calo del 20%. Tuttavia, mentre per il Nord tale contrazione è stata solo del 3% al Sud ha raggiunto addirittura il 30%.

I motivi di questa riduzione che si è registrata nelle Università del Mezzogiorno sono sia di natura demografica, sia imputabili alla scelta da parte dei diplomati delle scuole secondarie di non proseguire gli studi, oppure di proseguirli ma trasferendosi in un’Università del Centro-Nord, laddove troveranno più facilmente lavoro grazie anche ai rapporti che le università stesse hanno con il tessuto imprenditoriale e produttivo del territorio di riferimento

Quindi si emigra al Nord non solo per trovare lavoro ma anche per istruirsi.

Ciò significa un continuo impoverimento del Sud in termini di competenze e professionalità. (in questi casi si parla anche di perdita di capitale umano, espressione orrenda) ma anche un indebolimento del sistema universitario meridionale come ampiamente documentato in nel rapporto “l’Uniiversità in declino” della Fondazione Res e curato dal prof. Gianfranco Viesti.

Tali dinamiche avvengono in un Paese, l’Italia, che non investe nell’istruzione quanto dovrebbe.  Infatti, in Italia su 100 persone in età tra i 30 e 34 anni, solo 25 sono laureati contro i 32 della Bulgaria, i 45 della Francia, i 48 del Regno Unito. In questa classifica siamo ultimi in Europa.

Tutto ciò dovrebbe preoccuparci come italiani ma soprattutto come meridionali perché non investiamo in istruzione e l’istruzione è, e lo sarà ancor di più nel futuro, il principale fattore per lo sviluppo e per il grado di competitività di un territorio.

Il “Sud di dentro”

Nel suo Memorandum della Domenica de “Il Sole 24 Ore” del 27 dicembre 2015, Roberto Napoletano, direttore del quotidiano economico, ha ricordato la sua infanzia trascorsa a Nola, cittadina della Campania, ed ha raccontato di un “Sud di dentro”, dove la bellezza della vita non è sporcata con gli egoismi e le mille vigliaccherie di oggi.

La tesi dell’esistenza di più Sud all’interno del Mezzogiorno non è nuova. Già alla fine degli anni ’50 Manlio Rossi-Doria, grande meridionalista, distingueva tra “Polpa” ed “Osso”, ovvero metteva in luce la dicotomia presente all’interno dl Mezzogiorno tra una realtà agricola sviluppata ed un’altra arretrata, in preda alla miseria. E prima ancora, negli anni ’40, Carlo Levi nel dare il titolo al suo capolavoro, Cristo si è fermato ad Eboli, rilevava in modo chiaro la differenza tra la costa e le aree interne, che a quel tempo erano poverissime.

Da allora le cose sono cambiate, anche se il divario o i divari tra Nord e Sud non sembrano essere diminuiti in misura significativa. Lo stesso Rossi-Doria, citato da Augusto Graziani, scriveva nel 1982 che chi ha conosciuto la miseria contadina delle zone interne “non avrebbe mai creduto di poter vivere tanto a lungo da vederne la fine – e invece l’ha vista.” Nel decennio successivo molti studiosi, tra questi Liliana Baculo, Luca Meldolesi e Gianfranco Viesti, hanno descritto ed analizzato la molteplicità delle realtà esistenti nel Sud d’Italia. Le infrastrutture realizzate, gli insediamenti industriali e produttivi, lo sviluppo del turismo, ed anche la forte emigrazione, hanno cambiato e reso più variegata la geografia del Mezzogiorno.

Tuttavia ho trovato la definizione “Sud di dentro” illuminante e funzionale ad un nuovo percorso di ricerca e sul Mezzogiorno, proprio in un periodo storico in cui la Questione Meridionale sembra essere definitivamente archiviata.

Inoltre, ritengo che in questa riflessione si possano utilmente far rientrare anche molti altri territori italiani classificati come periferici. Già Paolo Portoghesi proprio in un suo articolo pubblicato sullo stesso giornale (Domenica de “Il Sole 24 Ore”, 11.10.15) ha evidenziato l’importanza e la necessità di rammentare le periferie, di unirle con il centro. Ciò perché il “Sud di dentro” può essere visto come una periferia che non è ancora un “non luogo”, secondo la definizione di Mark Augé, ovvero una realtà anonima e priva del genius loci. Al tempo stesso il “Sud di dentro” non è più neanche l’”Osso” poiché ha abbandonato la miseria materiale, senza però cadere in quella morale.

In altri termini il “Sud di dentro” esiste non solo al Sud e non è tutto il Sud: è la sana periferia italiana che è complementare alla città e che la sua dimenticanza impoverisce entrambe. Rappresenta quelle realtà che non sono adirate, né rassegnate, ma fiduciosamente laboriose. Il “Sud di dentro” si può forse esprimere anche come una condizione dell’anima cha fa in modo che la giornata sia scandita dai tempi giusti. Alcuni di questi territori, ad esempio il Cilento in provincia di Salerno, sono stati indicati da Serge Latouche come luoghi della decrescita felice, anche se questa definizione non risulta essere sempre calzante.

Il “Sud di dentro” è dimenticato, come sottolinea lo stesso Roberto Napolitano, perché sfugge alle statistiche, ovvero all’ossessione quantitativa che affligge gli economisti di nuova generazione. Al contrario è necessario che gli studiosi ricomincino a viaggiare, a visitare e a vivere questi territori, proprio come facevano Manlio Rossi-Doria, Pasquale Saraceno o Paolo Sylos Labini, per conoscere questo pezzo d’Italia così importante per l’intero Paese.

Nel 2016 l’Italia uscirà dalla crisi?

Il nuovo anno è iniziato con il segno positivo per quel che riguarda l’andamento dell’Economia italiana.

La scorsa settimana L’ISTAT, l’istituto centrale di statistica, ha diffuso le statistiche del mercato del lavoro e del mercato immobiliare mentre l’agenzia delle entrate ha reso noto i dati relativi al gettito fiscale. I dati si riferiscono all’ultimo scorcio del 2015, ma la loro diffusione all’inizio del 2016 costituiscono un motivo di ottimismo per il futuro

Le performance del mercato del lavoro sono migliorate nel corso del 2015. Da gennaio a novembre L’occupazione è aumentata di 116 mila unità mentre nello stesso periodo il tasso di disoccupazione è diminuito dello 0,9% per cento circa passando dal 12,2% al 11,3%.

Tuttavia nello stesso periodo è aumento il numero degli inattivi di 8 mila unità e il tasso di disoccupazione rimane elevato soprattutto per i giovani: Il 38,1% delle persone tra i 15 e 24 anni ha ancora difficoltà nel trovare lavoro. Persistono altresì le differenze tra la disoccupazione maschile e quella femminile. Infatti, mentre il tasso di disoccupazione maschile è pari allo 10,8% quello femminile è il 12%.

Anche il mercato immobiliare, dopo un lungo periodo negativo, ha iniziato a mostrare segni di ripresa. Secondo i dati dell’Osservatorio del Mercato Immobiliare dell’Agenzia delle Entrate, il numero di compravendite è aumentato del 10,8% su basa annua nel terzo trimestre 2015, e l’indice dei prezzi delle abitazioni (IPAB) acquistate dalle famiglie è aumentato dello 0,2%. Un’inversione di tendenza che si spera possa riportare il mercato a riprendersi da un lungo periodo di crisi.

Nel periodo da gennaio a novembre 2015 le entrate tributarie sono state pari a 355.169 miliardi di 32 mld ovvero il 9,2% rispetto allo stesso intervallo di tempo dell’anno precedente.

L’incremento maggiore è stato registrato per le imposte dirette (+47.791; +28,34%).

Anche le entrate degli Enti Territoriali sono aumentate: 7.806 miliardi di euro pari al 17% in più rispetto al 2014. Diminuisce le entrate relative alla quota comunale dell’IMU (-2,08%), ma aumentano Tasi (+2,64%) e soprattutto IRAP (+36,44%)

Gli aumenti delle entrate tributarie degli enti territoriali costituiscono una criticità perché essi possono essere attribuiti non tanto alla ripresa, ma alla tendenza degli enti locali di aumentare l’imposizione fiscale per sostenere crescenti livelli di spesa e per compensare la riduzione dei trasferimenti da parte dell’amministrazione centrale.

In sintesi, l’Italia lentamente riparte, ma in uno scenario che presenta luci ed ombre.  Si inizia a vedere la fine del tunnel, ma essa sembra non essere così vicina come si vorrebbe.